Indebolita dal conflitto ucraino e schiacciata dalla pressione americana, la Repubblica Federale vive una fase di smarrimento. E sotto le elezioni covano le divisioni della popolazione
La contraddizione, fondamento dinamico della realtà, è forza motrice della storia. Capace di agitare, turbare gli animi, rompere gli equilibri e interrompere uno stato di quiete, questo meccanismo si rivela in modo peculiare nella vicenda storica della Germania. Non soltanto perché immersa nelle contraddizioni, ma anche per come queste vengono affrontate e risolte o, meglio, eluse.
Altro che Aufhebung. I popoli teutonici, quando affiorano nuovamente le contraddizioni, scelgono sistematicamente di respingere o eliminare alla radice i potenziali contrasti.
Così è avvenuto nell’ultimo secolo. Dapprima negando la storia come concetto, nel tentativo di rimuovere la vergogna legata al proprio passato e forgiare così una nuova Germania, successivamente cercando di chiudere la porta a una storia che, inesorabilmente, è tornata a reclamare il proprio spazio.
Tra il Reno e l’Oder, la contraddizione non conosce conciliazione, ma solo rigida opposizione. È necessario partire da qui per comprendere la profonda crisi che il paese sta attraversando.

Il contrasto più profondo risiede proprio nell’essere Germania, Stato senza nazione, baricentro europeo privo di centro e dai confini mutevoli, soggetto storico carente di un’identità comune. Le molteplici anime radicate nel territorio condividono una lingua ma divergono rispetto a storia, religione, interessi, affiliazioni ideologiche.
Se dopo il 1861 l’Italia cercò di «fare gli italiani dopo aver fatto l’Italia», il popolo tedesco si trovò di fronte a una sfida ancor più complessa, tanto che Otto von Bismarck, primo cancelliere del nascente impero, consapevole della sua natura eterogenea, ne modellò l’architettura come una confederazione.
Riuniti tra il 1848 e il 1849 a Paulskirche, gli intellettuali provenienti da ogni parte del paese tentarono di creare a tavolino la nazione tedesca. L’assenza di una storia comune e di confini definiti rivelarono fin da subito le profonde contraddizioni di una realtà così eterogenea e palesarono l’impossibilità di costituire la Germania solo tramite accordi.
Così come avvenne nel 1871 per mano dei prussiani, l’unificazione delle genti tedesche fu possibile solo attraverso la forza e l’imposizione di un gruppo dominante sugli altri.
Se la nascita di una nazione richiede la recisione dei legami con il passato e l’adozione di una missione capace di unire le diverse anime per un obiettivo comune, la profondità storica delle divisioni teutoniche impedì sia di rompere i legami con il proprio trascorso che di dotarsi di una missione condivisa.
A unire (temporaneamente) le popolazioni germaniche sono stati (quasi) solo i sentimenti: l’orgoglio traboccante di sé e l’esaltazione della propria superiorità, oppure l’autocommiserazione collettiva, fondata sul ricordo lacerante della propria vergogna.
Legami fragili, fondati sulla pura logica oppositiva, dunque di matrice esogena, estremamente dipendenti dal contesto, così come lo sono i sentimenti che li animano.
Sembra complesso concepire la Germania come una nazione nel pieno senso del termine. Le soluzioni storicamente adottate oscillano tra modelli divergenti: da un lato la frammentazione, come sperimentato con l’assetto confederato e con la divisione scaturita in seguito alla seconda guerra mondiale, dall’altro la configurazione imperiale, in cui una parte prevale sulle altre, come avvenuto nel Secondo e Terzo Reich. A queste si affianca l’opzione dello Stato federale, dove la multinazionalità viene affogata nel benessere e la cui stabilità e coesione dipendono tanto dal sostegno di attori esterni, quanto dal contributo di “oggetti” interni, come l’economia.
In ciascuno di questi scenari, tuttavia, manca un vero e proprio “soggetto tedesco” capace di rappresentare e unire le diverse popolazioni sotto un’unica identità. La Germania come concetto indivisibile, legato all’idea di un solo popolo tedesco, era e rimane un sogno, cui si crede in base alle necessità del momento.
Emersa con forza in risposta alle invasioni napoleoniche di inizio Ottocento, l’idea di uno Stato coeso è stata per lungo tempo un mezzo con cui le genti germaniche reclamavano il proprio spazio dinanzi alle minacce delle potenze straniere. L’unità tedesca trovò forza nel nemico esterno – Francia, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti – mascherando provvisoriamente le divisioni interne.
Con la sconfitta nella seconda guerra mondiale e la tragedia del nazismo, questo fragile fondamento si sgretolò. Divisa tra Est e Ovest, la Germania divenne un oggetto sotto sorveglianza straniera.
La riunificazione del 1991, pur segnando un nuovo inizio, non risolse la contraddizione lampante. La Germania, già spogliata (dagli altri) dei panni del soggetto, proseguì nell’indossare quelli dell’oggetto (ma di sé stesso), definendo la propria identità attraverso l’economia. Concetto perfettamente scandito anche dal segretario di Stato americano Henry Kissinger, quando definì il paese «un pil in cerca di una ragion d’essere».
Ma l’identità, che non può essere pura esteriorità né semplice interiorità, è determinata dall’intrinseca dipendenza dell’una dall’altra, dalla loro sintesi.
È dall’impossibilità tedesca di trovare questo duplice fondamento che deriva la continua oscillazione dello spirito dall’interiorità più astratta (sentimenti), all’esteriorità più anonima, poiché solo strumentale (economia). Negli ultimi trent’anni i due fattori (vergogna e colpa da un lato, economia dall’altro), pur coesistenti, mancavano di relazione. Erano rappresentazioni separate, a compartimenti stagni, così come lo spirito tedesco.
I pilastri su cui si reggeva questo castello di carte erano tre. Una fragile coesione identitaria intrisa di un senso di colpa collettivo, capace di attenuare le differenze interne e alimentare la rimozione della propria storia come soggetto, la sicurezza garantita dalla protezione americana e infine una prosperità economica costruita su un surplus commerciale ingente, sull’energia russa a basso costo e sull’accesso privilegiato ai mercati globali, in particolare quelli europei, statunitensi e cinesi.
Tali fondamenta avevano permesso alla Germania di mantenersi felicemente ai margini della storia per decenni.

Oggi, tuttavia, la «guerra mondiale a pezzi» è tornata a scuotere Berlino, minando alla base tali pilastri. Pur mantenendo una forte presenza in Europa e soprattutto in Germania, gli Stati Uniti hanno volto il proprio sguardo verso la sfida cinese, sollecitando gli alleati europei a fare di più per la propria Difesa.
I legami energetici con la Russia sono stati bruscamente interrotti dal conflitto in Ucraina, mentre le relazioni commerciali con la Cina mostrano segni di logoramento, con ripercussioni pericolose sul comparto industriale tedesco.
A ciò si aggiunge il riemergere di antiche divisioni interne, un tempo latenti, che riportano in superficie le tensioni mai del tutto risolte del passato.
Sospesa fuori dal tempo e dalla storia, la Germania si trova ora costretta a fare i conti con le sue contraddizioni, in un presente che non lascia spazio alla rimozione o al quieto isolamento.
A partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, la Germania è stata privata della sua piena sovranità, sottoposta a un commissariamento che ha segnato profondamente la sua storia e la sua identità.
In un primo momento il paese fu diviso in due entità contrapposte, riflesso della guerra fredda che opponeva le due superpotenze e imperativo storico dettato dalla necessità. La competizione tra Washington e Mosca rendeva impensabile lasciare alla Germania la libertà di determinare autonomamente il proprio destino.
Con il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, la Germania unificata rimase incardinata all’interno di un sistema unipolare dominato dagli Stati Uniti. Per il paese teutonico la subordinazione non era più imposta dalla necessità geopolitica di contenere un conflitto mondiale, ma dalla convenienza di permanere sotto l’ombrello americano per ottenere garanzie di sicurezza e opportunità economiche.
È in questa congiuntura che la Germania intraprese un percorso di arricchimento economico e sociale, godendo di una libertà che, pur essendo privata della sfera geopolitica, si manifestava sul piano economico-commerciale.
Durante il ventennio che va dal 1991 al 2011 Berlino consolidò la propria posizione economica in Europa, mantenendo al contempo rapporti proficui con una Russia ormai percepita come un alleato energetico, e con una Cina in ascesa, il cui potenziale destabilizzante non era ancora avvertito dagli Stati Uniti.
Questo periodo, caratterizzato da una visione ottimistica del futuro e dall’inscalfibile predominio americano, sembrò consacrare la vittoria definitiva dell’economia sulla potenza. Lo spirito del tempo, dominato dalla crescente fiducia nella globalizzazione, contribuì a soffocare qualsiasi velleità di emancipazione geopolitica, lasciando il paese in una posizione di ambivalenza: al tempo stesso protagonista economico in Europa e nel mondo, e subordinato degli Stati Uniti.
Gli albori di un cambiamento epocale sono apparsi nell’ultimo decennio, quando la rivalità tra gli Stati Uniti e la Cina è emersa in modo sempre più netto, mentre la Russia ha iniziato ad agire con maggiore assertività, soprattutto nel Caucaso e in Ucraina.
Fedele alla sua tradizionale inclinazione verso gli interessi economici, la Germania ha preferito proseguire lungo la strada già tracciata, intensificando le relazioni con Pechino e Mosca e ignorando i reiterati avvertimenti di Washington.
Ma lo scoppio della guerra in Ucraina ha innescato una crisi capace di trascendere l’ambito economico e investire direttamente le fondamenta del paese. Con l’interruzione dei legami energetici con Mosca e il consolidamento dell’asse russo-cinese, Berlino è stata costretta ad affrontare il collasso di due colonne portanti della propria economia: l’energia a basso costo della Federazione e il mercato della Repubblica Popolare, uno dei principali canali di sbocco delle esportazioni tedesche.
Questa convergenza di fattori ha portato la Germania a una condizione di vulnerabilità senza precedenti, esponendola a una crisi capace di mettere in discussione il modello stesso su cui aveva costruito il suo successo.
Impegnati a ridimensionare l’influenza di Mosca e Pechino, gli Stati Uniti hanno indebolito ulteriormente il ruolo del paese teutonico, adottando una postura capace di danneggiare i propri alleati. Mentre Washington vorrebbe ridurre il proprio impegno diretto in Europa per concentrarsi sull’Indopacifico, esercita pressioni su Berlino affinché aumenti le importazioni dai mercati americani, anche a costi più elevati. Questa tattica, accompagnata dalla minaccia di dazi sui prodotti europei, rischia di destabilizzare ulteriormente l’economia tedesca, già colpita dalle difficoltà di mantenere il proprio export non solo verso la Cina ma anche verso gli stessi Stati Uniti.
Se Berlino dovesse assistere a un ulteriore indebolimento della sua capacità esportatrice, potrebbe riaffiorare l’antico dilemma evocato oltre un secolo fa dal cancelliere Leo von Caprivi: «O esportiamo beni o esportiamo uomini» [1].
L’approccio statunitense, volto a riequilibrare la bilancia commerciale, potrebbe rivelarsi perciò controproducente, rischiando di confliggere con il principio fondamentale su cui si basa il dominio americano sul continente europeo: prosperità e sicurezza in cambio di fedeltà. Aspetti cardine che ogni impero offre ai suoi clientes.
Eppure colpire un alleato chiave come la Germania minaccia di compromettere non solo la sua stabilità economica, ma anche il suo equilibrio geopolitico, rendendola più vulnerabile alle pressioni delle altre potenze.

Sul piano interno la Germania deve affrontare sfide altrettanto complesse. L’unificazione (o meglio, l’annessione dell’Est da parte dell’Ovest) [2] non ha portato a una reale integrazione tra le due anime. L’Est è stato marginalizzato dai principali posti di comando e considerato un fardello economico e culturale. Il sentimento di insoddisfazione e di ostilità verso i tedeschi dell’Ovest che ne è derivato è alla base della crescita di Alternative für Deutschland (AfD), un movimento che si è fatto portavoce delle istanze delle popolazioni orientali e del malcontento di una parte del paese che si sente tradita dall’élite occidentale.
Il partito incarna un sentimento di rottura con il paradigma politico tradizionale, proponendo una linea che include il ripristino delle relazioni con Mosca, il mantenimento dei legami con Pechino e una significativa riduzione dell’influenza americana nel paese.
Queste posizioni, un tempo marginali, stanno guadagnando oggi sempre più consenso. Per la prima volta parte della Germania si trova a contemplare un’alternativa concreta a Washington. Non perché possa realmente scegliere – gli Stati Uniti non lo permetterebbero – ma perché il sistema internazionale offre scenari diversi da quelli della guerra fredda.
Nella seconda metà del Novecento, le due Germanie erano sotto il controllo diretto di due superpotenze, la cui presenza era così ingombrante da dividere il paese in due entità separate. Oggi l’ascesa della Cina, distante geograficamente dal cuore dell’Europa, rappresenta un’alternativa percepita come meno invasiva rispetto alla massiccia presenza americana.
La possibilità di abbandonare il campo statunitense per orientarsi verso l’asse sino-russo affascina alcuni settori dell’opinione pubblica tedesca, soprattutto per la prospettiva di una sovranità ritrovata. Eppure la concretizzazione di questo scenario appare utopica. La presa americana sul continente europeo, e soprattutto sulla Germania, non è aggirabile attraverso la semplice volontà dei tedeschi, ancor più considerate le divergenze di opinioni tra questi. Gli Stati Uniti hanno a loro disposizione diverse leve con cui possono piegare la Germania alla loro volontà. Inoltre la Cina non è in grado (né ha la volontà) di offrire ciò che la superpotenza, pur in un momento di ridimensionamento, può garantire: sicurezza e supporto economico.
L’ipotesi di un “esito orientale” rimane, almeno per il momento, più teorica che pratica. Ma il solo fatto di evocarla è sufficiente per suscitare tensioni profonde e rivelare le fratture di un sistema che sembra in bilico tra passato e futuro.
La crisi attuale sta riportando alla coscienza dei tedeschi le profonde contraddizioni della loro condizione: soggetto senza identità e privo di sovranità. La risoluzione dell’ultima passa dal superamento della prima.
Il destino della Germania non è solo una questione nazionale, ma un punto cardine per il futuro del continente. Rimandare la necessità di una sintesi autentica porta inevitabilmente a scenari estremi: da un lato laceranti rotture con l’ordine esistente, dall’altro repressioni drastiche di ogni spinta al cambiamento. Entrambi gli esiti alimentano instabilità e ostacolano la costruzione di una visione condivisa e duratura.
Dietro l’apparente solidità della Germania si cela un vuoto identitario, una crepa invisibile nelle fondamenta di un edificio imponente. Come già accaduto in passato, la mancanza di una direzione chiara rischia di trasformarsi in una forza dirompente ma temporanea.
Non è tanto il timore di un tracollo economico a inquietare i tedeschi, quanto la percezione di non poter più occupare quel posto di rilievo tra le grandi potenze economiche, di non godere più di quell’enorme prosperità che li poneva sopra gli altri e alimentava un certo senso di superiorità morale. In questo contesto si inserisce l’annuncio del cancelliere Olaf Scholz sul futuro riarmo della Germania e la pressione delle istituzioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della Difesa e della sicurezza nazionale.
Ma l’ascesa tedesca ha sempre destato insicurezza nei suoi vicini, non tanto per una sua aggressività intrinseca quanto per le inevitabili tensioni geopolitiche che suscita. Riformare le Forze armate del paese e adattare rapidamente lo spirito di un popolo che negli ultimi decenni è stato spronato a sviluppare una profonda avversione al militarismo rappresentano sfide immani. Eppure, qualora questo processo trovasse terreno fertile, avrebbe ripercussioni significative e potenzialmente destabilizzanti.
Concentrati sul contenimento delle minacce provenienti da Cina, Russia e Iran, in questa fase gli Stati Uniti rischiano di sottovalutare le implicazioni della crisi tedesca. Da qui la volontà di esercitare pressioni su Berlino per sopirne le tensioni, ignorando forse un punto cruciale: una corda troppo tesa finisce inevitabilmente per spezzarsi.

Questo intreccio tra crisi politica, economica e identitaria non è una novità nella storia della Germania, ma rappresenta il nodo centrale di una condizione irrisolta. Le inquietudini odierne non fanno che riportare alla luce le profonde contraddizioni di un paese sospeso tra l’aspirazione all’unità e la frammentazione interna che ne ha segnato la storia.
La Germania, nella sua incessante tensione verso la realizzazione dell’idea di sé, ha manifestato l’irrisolto dissidio tra l’universale e il particolare, tra l’astratta unità del “noi” e la frammentazione delle determinazioni particolari che costituiscono il reale concreto della sua storia e della sua cultura. In questa dialettica, lo spirito del popolo tedesco ha tentato di oggettivarsi, ora nell’esteriorità di un simbolo astratto – come nel dipinto Germania di Philipp Veit, che, sebbene recante un nome e un intento unificante, mancava di quella sostanzialità vivente che sola conferisce verità all’idea –, ora nell’immediatezza di un oggetto concreto quale l’economia, che, sebbene dotata di effettualità materiale, rimaneva priva della mediazione del significato spirituale e culturale. Infine, ha cercato di radicarsi nella sfera della soggettività emotiva, nei sentimenti potenti e universali della rabbia, dell’odio, della rivalsa, della colpa e della vergogna: ma tali passioni, seppur capaci di animare l’individuo e il popolo, mancano della durevolezza necessaria a costituire un legame organico e spirituale, e, col loro dissolversi, dissolvono anche l’identità cui erano state associate.
Così, la Germania si è trovata incapace di pervenire a quella sintesi necessaria, dove l’universale si realizza nel particolare e il particolare trova la sua verità nell’universale, rimanendo sospesa in una scissione – affogata ora con la forza delle armi, ora con la seduzione alienante del denaro – che non ha ancora trovato la propria Aufhebung.
[1] W. O. HENDERSON, The Rise of German Industrial Power, 1834-1914, University of California Press, Berkeley 1975.
[2] V. GIACCHÉ, Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.