Martedì è stata inaugurata in Etiopia la più grande diga africana, potenzialmente capace di colmare il fabbisogno energetico del secondo paese più popoloso del continente. Situata a monte del Nilo Azzurro, l’opera conferisce a Addis Abeba il controllo delle acque che scorrono verso il Sudan e l’Egitto.
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Costruita da un gruppo italiano, la diga potrà raccogliere fino a 50 miliardi di metri cubi d’acqua ogni anno, assicurando risorse idriche costanti in una regione segnata da forti stagionalità.
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Negli ultimi dieci anni il governo etiope ha imposto prelievi forzosi ed emesso obbligazioni «patriottiche» per schermarsi dall’ingerenza delle «potenze rivali». Eppure, a dispetto della retorica, società e prestiti cinesi sono stati fondamentali per la costruzione del sistema elettrico.
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Largamente dipendenti dalle acque del Nilo, Sudan ed Egitto temono che la diga possa interrompere l’approvvigionamento idrico e paralizzarne le già fragili economie.
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Nel 1959 il Cairo e Khartum siglarono un accordo per spartirsi interamente le acque del Nilo rivendicando un «diritto storico e naturale». Forte di una demografia crescente, oggi l’Etiopia rifiuta restrizioni basate su negoziati «fortemente influenzati dalle potenze coloniali europee».
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All’inizio degli anni Dieci l’Etiopia sfruttò le tensioni intestine dell’Egitto per avviare i lavori della diga e prendere il controllo delle risorse idriche del Nilo.