Paralizzato dalle tensioni intestine e largamente dipendente dai fondi garantiti dagli statunitensi, per l’Egitto il conflitto mediorientale e il trasferimento forzato della popolazione della Striscia rischia di acuire ulteriormente l’instabilità del paese.
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Incapace di incidere nelle mediazioni e garantire l’afflusso di cibo, acqua e medicinali verso Gaza, negli ultimi due anni il Cairo si è speso per la causa palestinese (quasi) unicamente sul piano dialettico.
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Oltre la retorica incendiaria, il paese nordafricano detiene saldi rapporti commerciali ed energetici con Israele. In queste ore il governo egiziano ha annunciato l’approvazione di un gasdotto da 400 milioni di dollari con cui aumentare l’afflusso di gas proveniente dallo Stato ebraico.
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Il Cairo (e Doha) spingono affinché venga adottato il piano di ricostruzione della Striscia proposto a marzo dall’Organizzazione della cooperazione islamica. Al centro vi è la volontà di gestire parte delle risorse investite e centellinare l’afflusso dei palestinesi.
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Finanziato da emiratini e qatarini, l’esercito egiziano starebbe addestrando 10mila soldati delle Forze di sicurezza dell’Autorità palestinese da schierare alla fine del conflitto.
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Da almeno trent’anni l’Egitto vanta una stretta cooperazione con gli Stati Uniti. Nell’ultimo lustro il Cairo si è avvicinato economicamente e militarmente a Pechino, arrivando a condurre imponenti esercitazioni congiunte nei primi mesi del 2025.
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Preoccupati dalle influenze cinesi, a luglio gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di un pacchetto militare da oltre quattro miliardi di dollari con cui rinsaldare la presenza nel paese.