Ufficialmente per contrastare il narcotraffico, pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno dispiegato navi da guerra, sottomarini e marines al largo delle coste venezuelane. La decisione ha innescato l’immediata reazione di Caracas, che ha minacciato di «intervenire militarmente contro l’ingerenza di Washington».
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In apparenza il dispiegamento del Pentagono nascerebbe dalla decisione statunitense di classificare diversi cartelli della droga come organizzazioni terroristiche internazionali – con il presidente Nicolás Maduro direttamente coinvolto nei traffici illeciti.
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Secondo il governo americano il Venezuela sarebbe uno snodo centrale nelle rotte marittime utilizzate per il traffico di sostanze stupefacenti (tra cui il fentanyl) destinate al mercato degli Stati Uniti.
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Ma il reale motivo della mobilitazione militare statunitense risiede altrove.
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Soffocato dal collasso economico e sociale, da alcuni anni lo Stato bolivariano si è affidato sempre più a Pechino (e Mosca) per riversare le proprie esportazioni petrolifere e contenere le sanzioni commerciali di Washington.
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Anche di qui passa l’attuale attenzione statunitense. Per limitare l’influenza russa e cinese nel paese, Washington vorrebbe soffocare il regime di Maduro e ribadire la propria preminenza sulle Americhe.
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Oltre ad acquistare il 90% del petrolio estratto nel paese, la Cina fornisce ampio sostegno militare all’esercito di Caracas. Poche ore dopo il dispiegamento statunitense, Maduro ha invocato l’intervento militare e diplomatico della Repubblica Popolare, che tuttavia si è limitata a «condannare le azioni di Washington».