Dopo diverse settimane di trattative, domenica Stati Uniti e Unione Europea hanno (apparentemente) raggiunto un accordo commerciale che fissa i dazi al 15% sui beni importati dal Vecchio Continente.
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Nelle stesse ore Trump ha affermato che i paesi europei si sarebbero impegnati anche a investire «600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e acquistare energia da Washington per altri 750». Propositi molto laschi.
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In realtà i dazi statunitensi applicati al mondo presentano carattere differente. Dall’Europa alla Cina, dal Messico all’India.
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Storicamente gli imperi impongono una pressione crescente ai propri clientes nei momenti di difficoltà o in vista di una grande sfida. Esatta congiuntura che viviamo in questo frangente.
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Mentre i dazi verso Pechino possiedono un fine tattico, l’intesa commerciale annunciata domenica riflette il risentimento degli americani verso gli alleati europei, colpevoli di non contribuire a sufficienza alle fatiche (e ai costi) dell’impero.
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Motivo per cui nelle prossime settimane le tariffe applicate all’Unione Europea potrebbero essere oggetto di revisione e rimodulazione da parte degli apparati d’oltreoceano.
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Se solo sapessimo resistere.