Un piano di pace per Gaza?
Di Dario Fabbri
Il piano formalmente intitolato a Trump, quasi l’avesse scritto davvero lui o conoscesse vagamente la questione, ruota attorno a tre questioni centrali. Più una gigante assenza.
Anzitutto, il tentativo di sconfiggere Hamas a tavolino, invitando il partito/gruppo terroristico/milizia ad arrendersi e accettare l’esclusione attuale e futura dalla politica della Striscia. Senza che sia stato definitivamente sconfitto in battaglia.
Poi, la volontà americana (idea del Pentagono) di frenare l’avventurismo di Israele tirando dentro l’improbabile “Forza di stabilizzazione”, composta (tra gli altri, forse) da turchi e sauditi, pakistani ed egiziani. Tutti anelanti fazzoletti di terra e influenza in funzione antisraeliana.
Quindi, il piano prevede la presenza sine die nella Striscia dell’esercito israeliano, teoricamente pronto a ritirarsi in fasi, nella realtà destinato almeno a controllare la porzione settentrionale (e non solo) del territorio.
E qui si staglia la principale mancanza, tra molte, del piano. I palestinesi non risultano contemplati. Con Hamas teoricamente fuori gioco e in mancanza di alternative, non è chiaro chi parli a nome della popolazione. O forse lo è: nessuno. Chissà cosa pensano gli abitanti della Striscia della possibilità di avere Trump presidente del cosiddetto “board della pace” (i lettori scuseranno tale ridicola locuzione), con il redivivo Tony Blair a sbrigare le pratiche e contingenti stranieri ovunque. Tutti per Gaza, nessuno per Gaza.
Prove d’intesa tra turchi ed egiziani
Di Federico Bertasi
Lo scorso venerdì si è conclusa la prima esercitazione navale tra Ankara e il Cairo dopo oltre un decennio segnato da tensioni crescenti. I rapporti tra i due paesi si sono inaspriti dal 2013, quando l’allora presidente Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli musulmani appoggiato direttamente dai turchi, fu deposto in seguito alle proteste popolari e all’intervento dell’esercito.
Pur muovendosi in modo conflittuale su diversi dossier, dalla Libia alla gestione del Mediterraneo orientale, negli ultimi mesi ancirani e cairoti si sono riavvicinati soprattutto per contenere le ambizioni dello Stato ebraico. Necessità ribadita anche nel corso dell’ultimo incontro bilaterale tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi, pensato per ricucire ufficialmente i rapporti e ampliare fino a 15 miliardi di dollari annui l’interscambio commerciale.
Stretto dalla stagnazione economica e largamente dipendente dalle risorse israeliane, statunitensi e cinesi, in questa fase il Cairo intende aprire ai turchi (anche) per diversificare gli approvvigionamenti bellici, come testimoniato dall’acquisto di almeno una dozzina di droni Bayraktar TB2 e dai molteplici accordi sulla produzione congiunta di velivoli sul territorio egiziano. Al contrario, per Ankara la cooperazione sarebbe centrale per acquisire maggiore peso nella gestione delle rotte marittime che attraversano il Canale di Suez, oltreché intestarsi la difesa della causa palestinese presso parte dell’ecumene araba.
Stati Uniti e Cina si contendono l’Afghanistan
Di Franz Simonini
Dopo il ritiro del 2021, l’Afghanistan è tornato al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Pochi giorni fa Washington ha richiesto la restituzione della base aerea di Bagram, dotata di un valore centrale a discapito delle ridotte capacità infrastrutturali. Situato a 800 chilometri dal confine cinese, l’avamposto permetterebbe alla superpotenza di monitorare i corridoi terrestri delle Nuove vie della seta, ampliare il contenimento della Repubblica Popolare e garantire una maggiore proiezione militare nello Xinjiang.
Preoccupata dall’avanzata a stelle e strisce, Pechino ha rafforzato il proprio radicamento attraverso il corridoio di Wakhan, un passaggio montano che collega l’Afghanistan con la Cina occidentale. La costruzione di una nuova infrastruttura stradale, il cui termine è previsto entro la fine dell’anno, si inserisce nel tentativo di ramificare le vie terrestri verso l’Asia centrale e l’Europa. Cui si somma la volontà di sfruttare la presenza dei movimenti terroristici nella regione per estendere la propria presenza militare e aprire nuovi corridoi con cui aggirare le pressioni washingtoniane.
La Francia sequestra un’imbarcazione russa
Di Giacomo Stefani
Mercoledì una petroliera battente bandiera del Benin è stata sequestrata nei pressi del porto di Saint-Nazaire, nella costa occidentale della Francia, da parte dei militari dell’Esagono. Ufficialmente trattenuta per «reati marittimi», la nave sarebbe parte della flotta fantasma adoperata da Mosca per vendere idrocarburi e aggirare le sanzioni occidentali. Ma v’è di più.
Dalla petroliera, che trasportava almeno 700mila barili di greggio verso i porti indiani, sarebbero anche partiti i droni che nelle scorse settimane hanno violato lo spazio aereo di Danimarca e Norvegia, costringendo i principali aeroporti a sospendere temporaneamente le attività. Mentre il presidente Emmanuel Macron si è dichiarato prudente sul presunto legame, l’azione plateale certifica ancora una volta la volontà francese di aumentare la propria incidenza in Europa.