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La settimana di Domino: Pace a Gaza?, il viaggio di Leone, le elezioni in Giappone, Pakistan e Usa

La settimana di Domino: Pace a Gaza?, il viaggio di Leone, le elezioni in Giappone, Pakistan e Usa

Pace a Gaza?

Di Dario Fabbri

Pace in Medioriente? Decisamente no. Risoluzione della questione palestinese? Tantomeno. Possibilità di un cessate-il-fuoco? Speriamo. Cosa sta succedendo? La svolta non è di questa settimana, neppure di quella precedente. Piuttosto, risale al 9 settembre passato, quando Israele con notevole ardore ha colpito il territorio del Qatar, dove era riunita una delegazione politica di Hamas, intenta a discutere con i mediatori locali un ordine del giorno fissato dagli Stati Uniti.

Il blitz è avvenuto a poca distanza dalla base di Al Udeid, quartier generale del Comando Centrale del Pentagono nella regione. Decisamente troppo.

Lo scorso giugno Israele aveva facilmente preso Donald Trump per il naso, costringendolo a partecipare all’attacco contro l’Iran benché il nostro non ne avesse intenzione. Allora il capo della Casa Bianca attese nove giorni prima di spingere il pulsante rosso contro la centrale di Fordow, consentendo a Teheran di salvare gran parte dell’uranio arricchito. Ma stavolta Israele ha giocato con il Pentagono, passaggio decisamente più grave. Da allora il dipartimento per la Difesa (Guerra), assieme al dipartimento di Stato, ha vergato il cosiddetto Piano Trump per Gaza – quasi l’avesse scritto il presidente o ne conoscesse i punti – per frenare lo Stato ebraico e inserire nella Striscia alcuni suoi nemici.

Nello specifico: Turchia, Qatar, Pakistan più Arabia Saudita, nel frattempo collocata sotto l’ombrello nucleare di Islamabad. Tutti invitati a partecipare della futura Forza di stabilizzazione, con l’obiettivo di prendersi fazzoletti di terra. Per la rabbia del governo Netanyahu.

Ora il punto gira intorno alla volontà o meno per Hamas di partecipare alla finzione. Il partito/milizia non è stato sconfitto né militarmente, né politicamente, ma può fingere di disarmarsi per rientrare nella Striscia su successivo invito della Turchia (più Qatar). Almeno potrebbe intanto avverarsi il cessate-il-fuoco con interruzione (forse parziale) della carneficina e il rilascio degli ostaggi. Il resto è nella mente della divinità (o degli apparati americani).

Leone alle soglie d’Oriente

Di Alessandro Borelli

Papa Leone XIV ha annunciato che il primo viaggio apostolico del suo pontificato si svolgerà in Turchia, con proiezione sul vicino Libano, dal 27 novembre al 2 dicembre. L’itinerario lo condurrà a İznik, l’antica Nicea, situata a 130 chilometri da Istanbul, dove nel 325 si riunì il primo Concilio ecumenico che definì i dogmi della fede cristiana e condannò, senza vincerla, l’eresia ariana. Già Francesco aveva messo in agenda il pellegrinaggio, salvo dover rinunciare a causa della malattia.

La linea di continuità fra i due pontefici, almeno nella forma, appare indubitabile. Nella sostanza, a pesare è la dicotomia di prospettive: Bergoglio, al tramonto della vita, avrebbe marcato il compimento del suo ministero, forte del diuturno rapporto con Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli. Leone, nell’incipit del proprio, giungerà in un paese dove i cattolici sono un’esigua minoranza (0,07%), esposta alla pressione dell’inclinazione sempre più panislamista di una Turchia dalle reviviscenze imperiali.

La Chiesa di Roma, in questo primo quarto di secolo, vi conta due martiri: don Andrea Santoro, ucciso nel 2006, e monsignor Luigi Padovese, assassinato nel 2010. Ampliando il suo itinerario fino al Libano, Prevost intende riaffermare la visione di un’azione pastorale che – con la segreteria di Stato riportata al centro dell’iniziativa diplomatica della Santa Sede e al riparo da estemporanei incarichi ad personam – sia capace non solo di predicare la pace ma anche di operare in concreto, e senza soggezioni, per edificarla. Segnale tutt’altro che ambiguo. Pure in direzione Stati Uniti.

 

Il Giappone non si nasconde più

Di Giacomo Stefani

Sabato si sono svolte in Giappone le votazioni interne al partito liberal-democratico, che hanno portato all’elezione di Sanae Takaichi, alfiere di una linea marcatamente più aggressiva nei confronti di Pechino rispetto allo sfidante Shinjirō Koizumi. Negli scorsi anni la (futura) prima ministra si è detta favorevole al ripristino delle Forze armate del paese – formalmente relegate alla sola difesa dei confini per costituzione – e all’adozione di una linea dura con la Corea del Sud. Takaichi ha inoltre più volte sostenuto come «la sicurezza del Giappone sia inseparabile dalla sopravvivenza di Taiwan».

A discapito del drammatico declino demografico e dei problemi strutturali che attanagliano il paese del Sol Levante, da almeno un decennio la crescente aggressività cinese ha indotto Tokyo ad aumentare la spesa militare, incrementare la cooperazione con gli Stati Uniti e incentivare il dialogo con numerosi attori nella regione.

 

Il Pakistan cerca il supporto di Washington

Di Franz Simonini

Negli scorsi giorni Islamabad avrebbe avviato con gli Stati Uniti un negoziato per un progetto da oltre un miliardo di dollari volto alla costruzione di un porto a Pasni, nel Belucistan pakistano. L’iniziativa, presentata dagli esponenti militari agli investitori statunitensi, intende trasformare la piccola località costiera in uno snodo centrale del Mar Arabico, a pochi chilometri dal porto di Gwadar controllato dalla Cina. Pasni verrebbe collegato ai corridoi ferroviari e stradali verso i giacimenti di rame e antimonio di Reko Diq nel Belucistan, offrendo a Washington accesso diretto a risorse fondamentali per l’elettronica, le batterie e la Difesa.

Per Islamabad il porto sarebbe l’opportunità per diversificare i propri interlocutori, riducendo la dipendenza dalla Repubblica Popolare e bilanciando la crescente presenza indiana nella regione. Di converso, per la superpotenza l’accesso all’infrastruttura consentirebbe di aumentare il proprio peso nello Stretto di Hormuz in chiave anti-iraniana e frenare l’espansione navale cinese nell’Oceano Indiano.

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