I dialoghi in corso tra americani e russi accendono i movimenti delle potenze.
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Soprattutto (ma non solo) della Cina, tra i principali oggetti di dibattito tra Washington e Mosca.
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Nel tentativo di rinsaldare i rapporti con l’India, nelle scorse ore il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato a Delhi per incontrare il primo ministro Narendra Modi. Durante l’incontro il mandarino ha affermato che la Repubblica Popolare dovrebbe essere vista come un «alleato» e non un «rivale».
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Benché nel 2020 le schermaglie al confine causarono la morte di almeno cinquanta soldati, inasprendo ulteriormente le tensioni tra i due Stati, oggi Pechino intende avvicinarsi a Delhi per mettere in sicurezza il fianco terrestre e tentare di allontanare il paese dagli Stati Uniti.
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Al contrario, per l’India l’abboccamento con la Repubblica Popolare è utile per compensare (almeno in parte) le ritorsioni commerciali innescate da Washington e rimarcare l’equidistanza del paese tra americani e cinesi.
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Preoccupata della vicinanza energetica e militare tra Delhi e Mosca, all’inizio di agosto l’amministrazione Trump ha imposto ulteriori dazi al 25% sulle importazioni indiane, portando le gabelle sui prodotti al 50% – le più elevate in tutta l’Asia.
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Oltre a commercio, infrastrutture e Difesa, nel bilaterale cinesi e indiani hanno discusso anche della questione taiwanese, utilizzata come leva negoziale da Pechino.
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I funzionari della Repubblica Popolare avrebbero richiesto agli indiani di interrompere i rapporti con il governo di Formosa in cambio di un minore impatto della diga cinese in costruzione nell’altopiano tibetano e una più ampia cooperazione commerciale e nel contrasto al terrorismo.