Da diversi mesi il Vietnam sta rivendicando alcuni atolli contesi nelle isole Spratly tramite la costruzione di infrastrutture per scopi militari e commerciali.
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Collocate nel cuore del Mar Cinese Meridionale, le Spratly sono una catena di isole (perlopiù disabitate) al centro della disputa tra Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan.
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Almeno a partire dai primi anni Dieci la Cina ha trasformato molti degli atolli in estese isole artificiali dotate di porti e piste d’atterraggio. Oltre a sfruttarne le materie prime, per Pechino gli scogli sono centrali nella gestione della logistica militare e nel controllo del traffico marittimo.
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Le manovre mandarine hanno provocato l’inevitabile reazione dei vicini asiatici. Confitto in una lingua di terra, per il Vietnam il controllo delle onde è imprescindibile per ottenere l’accesso alle materie prime, alle risorse energetiche e ittiche.
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Negli ultimi cinquant’anni Pechino e Hanoi si sono confrontati militarmente almeno in tre occasioni, sia via mare che via terra. Solo dai primi anni Novanta i rapporti tra i due paesi si sono parzialmente stabilizzati.
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In questa fase gli Stati Uniti vorrebbero inserirsi nella contesa per accerchiare ulteriormente Pechino cavalcando il sentimento anticinese di Hanoi. Posto nelle acque più roventi del pianeta, formalmente il Vietnam continua a mantenere una certa equidistanza tra le potenze.
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Da poco più di un decennio Washington ha reindirizzato parte della manifattura cinese al Vietnam. Largamente dipendente dal mercato americano e preoccupato dalle ritorsioni commerciali, il paese del Sud-Est asiatico è stato tra i primi a negoziare un accordo sui dazi con l’amministrazione Trump.
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Nelle ultime ore anche Australia, Canada e Filippine hanno svolto una serie di esercitazioni aeree e navali nei pressi degli atolli contesi dalla Repubblica Popolare, che ha affermato di essere pronta a difendere le isole «con ogni mezzo».