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Washington pressa Pechino sui semiconduttori

Washington pressa Pechino sui semiconduttori

La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno revocato all’azienda taiwanese Tsmc l’autorizzazione per inviare apparecchiature per la produzione di semiconduttori all’avanguardia negli stabilimenti cinesi. Medesime restrizioni sono state applicate anche verso alcune aziende sudcoreane, tra cui Samsung.

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A marzo Tsmc, che fabbrica e assembla oltre la metà di tutti i microchip prodotti nel mondo, ha annunciato di voler investire almeno 100 miliardi di dollari in Arizona per aprire nuovi stabilimenti direttamente nel territorio statunitense. La decisione è giunta in seguito alle minacce commerciali paventate da Trump verso l’azienda.

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Preoccupato di perdere i fondi garantiti e subire le ritorsioni washingtoniane, il colosso di Formosa ha pure interrotto l’utilizzo di larga parte di macchinari, materiali e prodotti chimici cinesi.

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Canovaccio simile a quanto avvenuto ad aprile, quando il governo statunitense ha bloccato la vendita di diversi semiconduttori prodotti da Nvidia indirizzati al mercato cinese, imponendo l’obbligo di una licenza di vendita per le prossime transazioni commerciali.

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Impegnati a riportare parte della manifattura dei componenti di silicio in patria, in questa fase gli americani intendono pressare le aziende del settore per escludere l’accesso della Repubblica Popolare ai microchip avanzati, fondamentali nel settore militare e tecnologico.

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Benché la Cina punti ad aumentare significativamente la produzione di semiconduttori per ridurre l’impatto delle limitazioni imposte da Washington e tutelare i propri dati sensibili, la litografia avanzata resta ancora saldamente sotto il controllo degli Stati Uniti.

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