Da alcuni mesi i rapporti tra Washington e Bogotà si sono progressivamente deteriorati.
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Ufficialmente le tensioni sarebbero causate dalla questione migratoria e dalla (blanda) gestione del narcotraffico da parte del governo colombiano, incapace di arginare l’afflusso di sostanze stupefacenti verso la superpotenza.
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Da almeno vent’anni la Colombia è il principale pilastro statunitense in Sudamerica, da cui riceve centinaia di milioni di dollari ogni anno per contrastare i gruppi armati e stabilizzare il fronte interno.
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Mentre nelle scorse settimane la Casa Bianca ha affermato che «Bogotà non è più un alleato nella lotta al narcotraffico», il presidente colombiano Petro ha accusato Washington di «voler uccidere i migranti» nei raid contro le imbarcazioni sospettate di trasportare droga nelle acque caraibiche.
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A dispetto delle dure dichiarazioni, gli Stati Uniti hanno scelto di non interrompere i finanziamenti verso il paese sudamericano. Non solo beneficenza.
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Oltre la retorica abbracciata da statunitensi e colombiani, è in realtà il progressivo avvicinamento tra Bogotà e Pechino a preoccupare Washington. Anche di qui la scelta di non sospendere i sussidi e rallentare la liaison con la Cina.
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Lo scorso maggio la Colombia ha aderito alle Nuove vie della seta e alla Banca di sviluppo dei Brics, ricevendo da Pechino più di otto miliardi di dollari per frenare la violenza dei cartelli e risanare l’economia.
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Scenario alquanto problematico per Washington, che vede nella crescente influenza della Repubblica Popolare (e non solo) in America Latina una diretta minaccia alla supremazia.