Alle 6:29 del 7 ottobre del 2023 Hamas ha risvegliato il Medio Oriente da un conflitto (apparentemente) sopito. In meno di 24 ore sono stati uccisi quasi 1200 israeliani, mentre 251 sono stati presi in ostaggio. Massimo choc per lo Stato ebraico dalla sua fondazione.
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Oltre a riportare in auge la questione palestinese, dietro l’attacco delle milizie vi era l’intento iraniano di rompere la saldatura tra Israele e molti dei paesi arabi, prossimi a siglare gli accordi abramitici su spinta statunitense.
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In poche ore lo Stato ebraico ha avviato una dura campagna militare nella Striscia. Con triplice obiettivo: sradicare Hamas, ripristinare la deterrenza e aumentare la profondità difensiva, costringendo i palestinesi all’esodo.
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Dopo due anni sono state uccise almeno 65mila persone, di cui il 70% donne e bambini. La Striscia è stata rasa al suolo pressoché interamente. L’85% dei gaziani è stato costretto a lasciare la propria casa.
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Nei mesi il conflitto si è allargato su più fronti. L’esercito israeliano ha indebolito gli agenti iraniani decapitando i vertici di Hamas e Hezbollah e arrivando allo scontro diretto con Teheran per obliterarne il programma atomico.
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Avventurismo possibile grazie al decisivo intervento statunitense, messi davanti al fatto compiuto dagli israeliani e coinvolti in una guerra che non volevano.
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In netto vantaggio sul piano strategico, lo Stato ebraico ha poi rilanciato il progetto del Grande Israele per annettere parte della Siria, di Gaza e della Cisgiordania, tra massacri, silenzi e deportazioni. Mentre laggiù si continua a perire.
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Anche di qui il senso del piano di pace per Gaza presentato da Washington nelle ultime settimane, pensato per frenare lo Stato ebraico e tirare dentro la Striscia turchi e sauditi, pakistani ed egiziani. Tutti anelanti fazzoletti di terra e influenza in chiave antisraeliana.