Una firma per Gaza
Di Dario Fabbri
I firmatari dell'”accordo di pace di Trump”, questo l’improbabile nome scelto dagli astanti per sbeffeggiare il presidente americano, confermano il piano pensato dal Pentagono. Come spiegato da Domino, dopo l’attacco israeliano contro il Qatar gli apparati statunitensi hanno stabilito che lo Stato ebraico fosse diventato un pericolo, capace di trascinare Washington in un’altra guerra mediorientale. Di qui, la necessità di imporre un cessate-il-fuoco a Gaza, tirando nella Striscia i nemici di Israele, ossia i patron di Hamas. Non casualmente gi unici firmatari della dichiarazione in questione: Turchia e Qatar (più l’Egitto che ha ospitato i “lavori”).
Così, non casualmente, è mancata la firma di Israele.
Ora Hamas deve decidere se fingere di disarmarsi o meno sotto consiglio di Ankara e Doha. Mentre turchi e qatarini (più pakistani e indonesiani) sognano di prendersi fazzoletti di Striscia partecipando nell’annunciata (e chissà se reale) Forza di stabilizzazione.
La Turchia stringe la presa sull’Oriente
Di Federico Bertasi
Martedì un decreto presidenziale adottato dal governo ancirano ha esteso il libero permesso di lavoro nel paese a coloro che provengono da Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan. La decisione è giunta solo pochi giorni dopo il dodicesimo summit dell’Organizzazione degli Stati turchi (Ost), il consesso promosso da Ankara a partire dalla metà degli anni Duemila per proiettare influenza da Baku fino a Ürümqi (e non solo). Nel vertice il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ribadito l’impegno ad «aumentare l’interscambio commerciale, securitario e militare» tra i paesi turcofoni, nonché contrastare il terrorismo e le minacce comuni.
Al di là delle canoniche dichiarazioni di circostanza e dei manifesti intenti economici, i recenti movimenti segnalano la sbandierata volontà di Ankara di profittare della distrazione russa e iraniana nei rispettivi fronti di guerra per rinsaldare ulteriormente la presa sull’Asia centrale. E per turchi e azeri l’occasione è stata utile anche per discutere dell’apertura del corridoio di Zangezur, varco vitale bramato dagli anatolici (e dagli statunitensi) per consentire lo scambio di merci dal Caucaso allo Xinjiang.
Proprio Washington negli ultimi mesi ha sensibilmente aumentato l’attenzione verso il passaggio caucasico, ottenendo l’approvazione dell’Armenia per l’improbabile progetto “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp) in cambio di garanzie securitarie. Benché cantato come indispensabile per i soli interessi commerciali, il corridoio permetterebbe alla superpotenza di insediarsi (anche militarmente) nel Caucaso, escludendo l’Iran dall’arteria e aumentando la pressione sul fianco meridionale della Federazione.
L’India guarda verso Mosca
Di Pietro Matteo Salvia
Intenta a colmare la crescente carenza di manodopera, nelle ultime settimane la Russia ha intensificato il reclutamento di lavoratori provenienti dall’Asia meridionale, in particolare dall’India. Mentre nel 2020 si contavano appena 813 ingressi dal subcontinente per motivi occupazionali, nell’ultimo anno il numero ha sfiorato le 18mila unità. Tale afflusso consente di mitigare il declino demografico e occupazionale innescato dall’impiego di migliaia di giovani al fronte e dal massiccio esodo dei cittadini urbani verso l’estero. La scelta di Mosca di rivolgersi a Delhi deriva anche dalla stretta sull’immigrazione dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale imposta in seguito all’attentato al Crocus City Hall per mano di attentatori tagiki nel marzo del 2024.
Benché spesso i lavoratori indiani scelgano destinazioni con economie più dinamiche, come Turchia e Cina, oggi la Russia è ancora in grado di attirare un numero crescente di immigrati, nonostante le innumerevoli sanzioni occidentali. Di converso, l’afflusso di manodopera proveniente dal subcontinente conferma la volontà di Delhi di sostenere lo sforzo bellico di Mosca senza curarsi delle ritorsioni commerciali paventate dagli Stati Uniti. Non solo per essere presente in un numero crescente di teatri, ma anche – e soprattutto – per bilanciare il crescente peso della Cina sulla Federazione.
Il Messico sbeffeggia il Nobel per la pace
Di Franz Simonini
La presidenta messicana Sheinbaum ha scelto di non commentare il conferimento del Nobel per la pace a María Corina Machado, emblema dell’opposizione venezuelana invisa al regime guidato da Nicolás Maduro. «Abbiamo sempre sostenuto la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. E mi fermo qui», ha scoccato durante una conferenza stampa, accompagnando poi la dichiarazione con un secco «nessun commento».
Pur riallacciandosi alla dottrina Estrada, principio cardine della diplomazia messicana elaborato nel 1930 che sancisce il non intervento e la neutralità nelle questioni interne degli Stati, le dichiarazioni di Sheinbaum riflettono la volontà di limitare l’influenza statunitense nel continente. Tale atteggiamento si accompagna inoltre alla decisione di disertare il prossimo Vertice delle Americhe, previsto per dicembre, a causa dell’esclusione di Cuba, Venezuela e Paraguay, pensata per distanziarsi (almeno retoricamente) da Washington e proporsi come possibile alternativa tra i blocchi latinoamericani. La non-dichiarazione di Sheinbaum intende inoltre relativizzare il valore del premio Nobel, considerato espressione del sistema statunitense.
Dietro tale impostazione si intravede il disegno di un Messico intenzionato a recuperare margini di manovra nel sistema continentale, confermando l’assenza di complessi di inferiorità verso la superpotenza e prefigurando, sebbene non ancora in termini di sfida aperta, il preludio all’inevitabile confronto con Washington.
Il Madagascar tra Francia e Russia
Di Giacomo Stefani
Domenica il presidente del Madagascar Andry Rajoelina è fuggito dal paese a causa delle proteste divampate nelle ultime settimane. Il punto di svolta si è consumato con lo schieramento delle Forze speciali militari al fianco dei manifestanti malgasci, ufficialmente scesi in piazza per denunciare la carenza di approvvigionamento idrico ed elettrico.
Al di là dell’evidente malcontento serpeggiante tra la popolazione, le cause profonde della rivoluzione sono da rintracciare nella crescente influenza mandarina e russa nel paese e nel diffuso sentimento antifrancese. Convulsioni ampiamente visibili nei numerosi cartelli affissi dai manifestanti contro il presidente dell’Esagono Emmanuel Macron e contro Rajoelina, al centro delle cronache per aver ottenuto la cittadinanza francese.
Dopo i golpe in Mali, Burkina Faso e Niger, il colpo di Stato in Madagascar conferma le criticità croniche della Françafrique e l’incapacità di Parigi di frenare l’avanzata di Russia e Cina nel continente. Mentre i primi dimostrano le loro capacità di infiltrazione militare anche al di fuori del Sahel, i cinesi cercano un’ulteriore sponda per circondare la base americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano.